A Verona tutto ruota intorno al Sindaco uscente Flavio Tosi. La sua riconferma (al primo turno) sembra davvero a portata di mano dopo il sostegno ricevuto dal mondo cattolico e da (ex) avversari come Massimo Cacciari. Sono ormai lontani gli anni delle contrapposizioni frontali con l’area…
(Fonte: christinelibbey, via rokklagio)
Tre cose su “Titanic”
1) Il capello a glande di Leonardo Di Caprio è un’icona anni ‘90, spinto anche da Nick Carter dei Backstreet Boys ed esploso poi in ogni fottuta borgata.
2) Il fim faceva cagare.
3) Il film fa ancora cagare.
Quest’uomo mi spaventa veramente tanto.
The Upstart Christian Sect Driving Invisible Children and Changing Africa
For Jason Russell, co-founder of Invisible Children, stumbling into Uganda’s one-time civil war wasn’t an accident; it was a divine calling.
While the rest of the world laughs at or ponders the psych ward-ridden creator of Kony 2012, the unlikely Internet video sensation that brought both himself and a vicious Ugandan rebel instant and overwhelming fame, the mystery of his inspiration and success only grows more curious.
Who is this man? Is he crazy? What drives him? Russell summed it up in two hesitant words — Jesus Christ.
“For me, that’s the motivator,” Russell told me in an interview early one morning from California in March, as the video was first going viral.
He’d just had what was among the first of many nearly sleepless nights, he told me at the time, which his family later said contributed to his nude psychotic breakdown on a San Diego street corner.
“I can’t do it without that faith,” he said, calling Jesus the “ultimate storyteller.” Excitement rushed through his voice. “If I thought I was doing it myself, it would feel myopic.”
Behind the origins and success of Kony 2012 is an eclectic and powerful network of Christian activists, traditionally dominated by the Christian right, that has at times brought mass attention, almost single-handedly, to some of Africa’s worst and most ignored conflicts, from South Sudan to the Nuba Mountains, Darfur to the Lord’s Resistance Army.
The movement has also sparked controversy. It is a community of activists that wields disproportionate influence over African affairs, from military politics to public health to social policy. As they work to organize a global effort to catch the leaders of the Lord’s Resistance Army, a distinct but not-so-distant wing of the same movement helped to implement Uganda’s notorious anti-gay law, which legalizes the killing of “repeat” gay men.
Still, for all the financial links connecting Invisible Children to the socially conservative American activists in Africa, the two could not be more different.
Read more. [Image: Invisible Children/YouTube]
Somalia, Mogadiscio, sabato 11 agosto 2007. Mahad Ahmed Elmi, 30 anni, è il direttore di Capital Voice Radio, emittente radiofonica che permette agli ascoltatori, dietro lo scudo dell’anonimato, di raccontare il lato più crudele della Somalia.
Su 4 ore di trasmissione, circa una mezz’ora del programma viene dedicata alle telefonate, provenienti dai più disparati villaggi: notizie ma anche e soprattutto denunce verso le precarie condizioni di vita, date dalla morsa tra il governo vigente e la fazione estremista di Al-Shabaab. Un programma fin troppo popolare.
Alle 7:30 di quel sabato d’agosto, Mahad viene assassinato. Secondo la stampa locale, sono 4 i colpi di pistola che uccidono il 30enne, sparati da distanza ravvicinata verso la testa proprio per non permettere al giornalista di sopravvivere.
Questa storia ci viene raccontata il 29 marzo 2012 a Roma, da un ragazzo somalo classe 1986 – Zakaria Mohamed Alì.
Quel tragico sabato d’agosto, mentre la Somalia perdeva una voce libera, Zakaria restava privo di un mentore.
Mahad era il giornalista guida dal quale Zakaria stava imparando il mestiere.
A 21 anni è dovuto scappare dal suo Paese, perché il lavoro di giornalista – che desiderava fare da quando aveva 14 anni - stava mettendo a rischio la sua vita.
Infatti, dopo la perdita di Mahad e di altri colleghi, Zakaria inizia ad aver paura per la sua incolumità, a seguito di una serie di minacce ed intimidazioni.
Nell’agosto del 2008, con una fuga da Mogadiscio iniziata nel dicembre del 2007, il giovane giornalista somalo è riuscito ad arrivare in Italia, passando come molti altri per Lampedusa.
Nascoste sotto al petto, Zakaria portava con sé le carte necessarie per dimostrare che nel suo paese d’origine non poteva tornare. Valutata la sua situazione, l’Italia decide di concedergli lo status di rifugiato politico.
Dal 2008 ad oggi, Zakaria non si è dedicato esclusivamente al giornalismo.
Attualmente lavora in un centro di accoglienza su via Prenestina ma appena arrivato, grazie alla Fondazione Mondo Digitale, è riuscito a svolgere il compito di operatore in sala informatica in un centro di accoglienza nel quartiere Pietralata.
Ma la voglia di raccontare storie rimane. Il sogno di Zakaria resta ancora quello di diventare giornalista.
In un breve video su www.thefreak.it ci spiega a cosa serve – per un rifugiato politico e per un giornalista in corso di formazione – il web.
Se per alcuni le telecomunicazioni rimangono ancora legate ad aspetti marginali, per chi è privo di un luogo di sostegno (come quello familiare) si rivelano essenziali. Essenziali nell’esprimere la propria dissidenza quanto contattare gli affetti più cari

